Salerno di notte

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SALERNO SENSACIONAL
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lunedì 29 maggio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (13)


Il Dialetto Napoletano ha mille sfumature. Abbiamo preso in considerazione la parola “Testa” in Dialetto Napoletano, “Capa!”
Altri modi di dire in relazione a questa parola sono questi.

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“ Tené a Capa a vuoto a perdere “ (ad litteram avere la testa senza resa, come le bottiglie di Birra da 66 cl, che si usavano per fare le bottiglie di pomodori.) 
Significa Testa vuota, nessun processo cognitivo in atto. Scemenza assoluta. Ma stavolta l'iperbole è fantastica; il detto, molto diffuso a Napoli, prende a prestito la vecchia prassi di rendere i vuoti delle bottiglie (di latte, di acqua minerale) per poterli riutilizzare. In questo caso la Capa-Testa non serve nemmeno a questo; non è nemmeno riutilizzabile, un caso disperato.



“ Tené a Capa e merd “ (letteralmente avere la testa piena di escrementi). 
Nel senso di persona distratta, che dimentica le cose, ma non per cattiveria, bensì per sbadataggine, per superficialità.
 Mio padre diceva che gli hippies, i figli dei fiori e i capelloni, avevano la Capa di merda, erano cioè vuoti, negligenti, inutili.

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Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/05/la-napoli-che-fu-12.html

lunedì 15 maggio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (12)


Il Dialetto Napoletano ha mille sfumature. Abbiamo preso in considerazione la parola “Testa” in Dialetto Napoletano: “Capa”

Ci stavamo soffermando sul significato di tenere “A Capa Fresca”, cioè, “ non avere pensieri, non avere preoccupazioni…”

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Lo diceva mio padre quando, nei primi anni 80 sentiva in televisione i primi ecologisti parlare di differenziare la spazzatura. Secondo lui non tenevano niente a cui pensare d'importante, e quindi tenevano: “A Capa Fresca”. 



Quando, al contrario una persona ha troppi pensieri, secondo il dialetto Napoletano tiene:
  " A capa ca ce volle!” (la testa in ebollizione).

Tenere “A Capa Sciaqua” significa invece avere la testa sciacquata, ripulita da ogni materia grigia. Una persona sciocca che, non possedendo neuroni celebrali, non può ragionare su nulla. Un emerito cretino! 

Questa locuzione ha qualcosa a che vedere col “Lavaggio del cervello”, tipo guerra fredda o film sullo spionaggio.

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Una altra espressione interessante è riferita alla persona che ha:
“A capa sulo pe spartere ‘e rrecchie” ( La testa solo per dividere le orecchie).

Significa che la testa dell'individuo non funziona, è un orpello estetico, ha il solo scopo di dividere le due orecchie in maniera da sentire in stereofonia.
Dentro non c'è nulla, vuoto cosmico. Insomma si applica ad una persona veramente stupida.

Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/04/la-napoli-che-fu-11.html

lunedì 24 aprile 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (11)


Se qualcuno vuole approfondire la sua conoscenza con una lingua nuova, chiamiamola così, Il Dialetto Napoletano ha mille sfumature. Prendiamo in considerazione la parola “TESTA”_

Questa parola nel Dialetto Napoletano diventa:
 “ A’ Capa! “ 

Alcuni usano verso gli altri l’espressione:
“ Tené ‘a Capa fresca! “(Avere la testa fresca, essere senza pensieri.)

Si dice quando qualcuno, invece di interessarsi delle cose serie, si dedica alle frivolezze, ma il termine è soggettivo. Quali sono nella vita le cose serie e quali sono le frivolezze? Le situazioni si prestano a molte interpretazioni.



Oggi, più che nel passato, viene richiesta maggiore partecipazione ai problemi ecologi, la raccolta differenziata per esempio. Se qualcuno prende seriamente queste cose può venire etichettato così:

“Chillo Tené ‘a capa fresca!  (Quell’uomo ha la Testa fresca!)

Significherebbe che non ha cose importanti da pensare. Come se preoccuparsi dei problemi ambientali non sia una cosa seria!

Il termine viene usato in maniera generica e tocca quasi tutti i comportamenti. Una persona fischietta camminando per strada?

" Nun tene' niente a che pensà e quindi tiene: A Capa fresca. "

( Non ha niente di serio da pensare, quindi anche lui: Ha la Testa fresca!)

Per chi ama le storie della napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/03/la-napoli-che-fu-10.html




domenica 26 marzo 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (10)


Chi più di tutti prestava aiuto, nella Napoli che fu, era la vicina di casa. A questo proposito ha scritto qualcosa in un suo libro Riccardo Pazzaglia:

La "Signora a Fianco" è una istituzione Napoletana. Quando in casa manca qualcosa all'ultimo momento, si bussa alla porta di fronte e si chiede alla vicina. Prezzemolo, basilico, un limone, ago e filo, sale e pepe, fogli e buste: la signora a fianco immancabilmente ha tutto, e lo presta volentieri. 

Al vico Limoncello non avevamo nessuno 'a fianco', ma sopra di noi c'era la famiglia Cirillo, ed era tale l'andirivieni dei D'Orta e dei Cirillo nelle rispettive case, che le porte d'ingresso erano lasciate aperte tutto il giorno, rimanevano chiuse solo quando si andava a letto. Allora infatti non si temevano ladri e scassinatori, un po' perché nelle case c'era ben poco da rubare, un po' perché erano tempi più sicuri di questi.



Che cosa è, oggi, un Vicolo Napoletano? E che ne è stato della Signora a Fianco?

Oggi, la 'Signora a Fianco' non sappiamo neppure che faccia abbia (ne sentiamo soltanto i rumori), e quando in casa manca qualcosa all'ultimo momento, ci chiediamo disperati come rimediare. A meno di non scendere in strada e acquistare quanto ci serve, bisognerà rinunciare a condire l'insalata col limone, o a prepararci una tazza di caffè, o a cucinare una frittata. 

Ma se anche, spinti dalla necessità, decidessimo di bussare alla sua porta (blindata), nei timorosi momenti di attesa, dovremmo domandarci: ci aprirà? Dopo averci osservati ben bene dallo spioncino, prenderà a cuore la nostra richiesta di aiuto? Terrà a freno il cane?

domenica 26 febbraio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (9)


Nella Napoli che fu c’era la salumeria sotto casa. Ci si andava il più delle volte per cercare qualcosa di commestibile a poco prezzo, (sempre che qualcun altro non ci avesse preceduti!)

Molto apprezzata dalle popolane Napoletane era:  “Lamunnezzàglia!” 

Il termine era un  composto di “munnezza” cioè immondizia in napoletano,  e “minuzzaglia.” 

Venivano definiti così i frantumi di pasta che si raccoglievano sopra al bancone della bottega, e che si vendevano o si regalavano alla povera gente.

Non che ci si alimentasse solo di munnezzaglia, quando il vento soffiava favorevole, poteva anche succedere, raramente in verità, che la tavola si imbandiva. Oddio, imbandiva è un termine esagerato, diciamo che si metteva la tovaglia al pezzo di legno squadrato che era in cucina, e si rivedevano finalmente le posate.



Quali erano le pietanze che si servivano in queste fortunate e rare circostanze? 

1)- Tubetti in finto brodo di pollo (solo ossa di pollo, e niente pollo.) 

2)- Spaghetti conditi con finta pizzaiola (solo pomodoro e origano, e niente carne.) 

3)- Maltagliati conditi con finta genovese (solo cipolla, e niente carne.) 

4)- Vermicelli con finte vongole (altrimenti conosciute come “Vermicielle cu 'e vongole fujùte.” Solo pomodoro, aglio e pepe, e niente vongole.) 

Un pranzo contraffatto, se vogliamo, ma in grado di riempire la pancia, e con essa sollevare lo spirito.

Ci si doveva arrangiare. Era la Napoli che fu!

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Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/02/la-napoli-che-fu-8.html

lunedì 13 febbraio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (8)



Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i Classici Napoletani, le canzoni immortali che hanno fatto conoscere la città di Napoli al mondo. Ebbene molte di esse hanno una loro propria storia. Non è bello poterla conoscere?

Il classico di cui vi parlo oggi è:  “ O Sole Mio! “
Potete ascoltarla qui in una recente interpretazione del   “ VOLO! “ 

Forse, "'O sole mio", scritta all'inizio del secolo, è la canzone Napoletana più conosciuta e più cantata in tutto il mondo. Pochi sanno, però, che la musica fu composta altrove. Il suo autore, Eduardo Di Capua, nel periodo della composizione del brano, era in giro per il mondo con il padre Giacobbe, bravo violinista. 



Durante una sosta ad Odessa, in Ucraina, una mattina dietro ai vetri della finestra dell'albergo, notando la sfavillante luminosità del sole ucraino, compose le note di questa canzone sul testo datogli da Capurro a Napoli prima della partenza.

Si conoscono numerosissime versioni del classico, in tutti i generi musicali. L'hanno interpretata ed incisa cantanti lirici, cultori del jazz e perfino del rock. (Ne esiste una versione incisa da Elvis Presley.)

Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/01/la-napoli-che-fu-7.html


domenica 29 gennaio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (7)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli al mondo.

Ebbene molte di queste canzoni hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere?

Il classico di cui vi parlo oggi è:
  “ Funiculì Funiculà! ”

Potete ascoltarla qui in una celebre interpretazione di Luciano Pavarotti:
https://www.youtube.com/watch?v=yTSAZAHiOa8


Tutti sanno che i versi di questa canzone sono stati ispirati dalla funicolare aperta nel 1880, e che portava i turisti sul Vesuvio. Il progetto era stato ideato dieci anni prima da Ernesto Emanuele Oblieght, un imprenditore e finanziere ungherese che diede incarico di realizzarla all'ingegner Olivieri di Milano. 

Ultimata la costruzione e passati i primi momenti di entusiasmo, accadde qualcosa che forse nessuno aveva previsto: la funicolare non veniva utilizzata. I turisti preferivano salire le pendici del vulcano con somari o portantini. I gestori dell'impianto pensarono che solo il fascino di una canzone ben fatta avrebbe potuto avvicinare i turisti ed i Napoletani alla funicolare. 



La Canzone fu presentata alla festa di Piedigrotta di quello stesso anno. Gli autori, Turco per il testo e Denza per la musica, impiegarono solo poche ore per comporla; Comunque si ottenne il risultato sperato, la funicolare fu rivalutata, e  iniziò quello che sarebbe stato il periodo d'oro della canzone Napoletana.

Dopo la sua terza distruzione, avvenuta nel 1944, la funivia non fu più ricostruita. In seguito venne sostituita con una seggiovia che oggi peraltro è anche in disuso. 

Insomma la funicolare non esiste più, la seggiovia è fuori uso. Ma ci è rimasta una canzone immortale!

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Per quelli che amano le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2017/01/la-napoli-che-fu-6.html

domenica 15 gennaio 2017

LA NAPOLI CHE FU’ (6)

Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i classici Napoletani. Quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia al mondo. Ebbene molte di esse hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere?

Il classico di cui vi parlo oggi è:
  “ Te voglio bene assaje! ”

Potete ascoltarla qui in una vecchia interpretazione di Miranda Martino:
https://www.youtube.com/watch?v=fSH8ysoMjcg

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La festa di Piedigrotta è stata la più grande manifestazione canora che Napoli ricordi. La svolta decisiva per la manifestazione si ebbe nel 1835 a seguito del clamoroso successo proprio di questa canzone.



La musica piacevole ed i versi accattivanti ne fecero una vera ossessione per i Napoletani. La si cantò per anni dappertutto ed in qualsiasi momento. 
Il poeta Raffaele Sacco, di professione ottico e frequentatore dei salotti partenopei, scrisse la canzone dedicandola ad un'avvenente signora, con la quale avrebbe avuto una relazione.
Persino il Clero si interessò alla cosa e Sacco (per non inimicarsi il Cardinale Riario Sforza) ne compose una variante "ecclesiale". La canzone portò grande fama a Sacco, ma pochi soldi. Infatti rimase un ottico nella sua bottega.

Secondo una leggenda il capolavoro fu musicato addirittura dal grande  Gaetano Donizetti. 
Il brano vendette 180.000 copielle, una cifra pazzesca per quel tempo. Questo attirò l’attenzione degli editori che fino a quel momento si erano occupati solo di musica classica. 
Nasceva così la Piedigrotta delle canzoni.

Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2016/12/la-napoli-che-fu-5_25.html


domenica 25 dicembre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (5)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i classici Napoletani. Quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia al mondo. Ebbene molte di esse hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere?

Il classico di cui vi parlo oggi è:  “ A Vucchella! ”

Potete ascoltarla qui in una celebre interpretazione di Sergio Bruni!
https://www.youtube.com/watch?v=NUh5z9oL7V8

Originale e simpatica l'origine e la nascita di questa canzone che resta una delle più  note nel panorama della melodia partenopea. La stesura del testo fu una scommessa fra Gabriele D'Annunzio( si proprio lui)  e Ferdinando Russo (quest'ultimo già autore di note canzoni napoletane. “Scetate ; “Tamurriata palazzola” ; ed altre).


A quei tempi, siamo nel 1892, i due poeti lavoravano insieme alla redazione de  " Il Mattino" e il Russo lanciò  una sfida al D'Annunzio: “ Scrivere una canzone in dialetto Napoletano. “

 Il celebre poeta scrisse così:  "'A Vucchella"  che Russo conservò fino al 1904 quando la consegnò  a Francesco Paolo Tosti per farla musicare. 
La canzone fu pubblicata dalla Ricordi di Milano con la data di quando fu composta: Il 1892. 
Il successo della canzone all'epoca fu enorme. 

domenica 11 dicembre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (5)



Con il termine: «PADRONE DI CASA», a Napoli si indicava, in realtà si indica ancora, il proprietario di un appartamento, (al tempo considerato un fortunato mortale). 

La più colorita descrizione di un Padrone di casa, fu fatta da Riccardo Pazzaglia in un suo vecchio libro, la situazione era da lui descritta in questa maniera: 

<< Il Padrone di casa è considerato il simbolo del male, il nemico, il tempo inesorabile, il destino ineluttabile. Soltanto la notizia della sua apparizione, anche agli estremi confini del rione, fa scattare il dispositivo di emergenza, piano già pronto per evitare prima di tutto il contatto verbale e visivo con lui e, in caso di fallimento, impedirgli ad ogni modo l'accesso all'appartamento. 



Nell'impossibile ipotesi che quella belva assetata di pigione riesca a forzare il blocco, si creeranno le condizioni per impietosire gli ufficiali giudiziari e le guardie comunali. In tutte le famiglie infatti c'è un bambino (già preparato all'occorrenza) specialista nel fare il "Piccerillo malato!" 

All'arma del bambino malato, il padrone di casa contrappone l'arma della figlia che è prossima al matrimonio. Incredibilmente ogni padrone di casa possiede una figlia le cui nozze sono sempre imminenti e ineluttabili. Quindi ha l'urgente necessità di rientrare precipitosamente in possesso dell'abitazione! >>

Una terribile guerra di posizioni sempre diverse!

lunedì 28 novembre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (4)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i classici napoletani. Quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia al mondo.

Ebbene molte di esse hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere? Il classico di cui vi parlo oggi è:  “ Lo Guarracino! ”

Potete ascoltarla qui in una celebre interpretazione di Roberto Murolo:
https://www.youtube.com/watch?v=IpL9uCSE62c

E' una famosissima tarantella del 700' di autore anonimo. Molto probabilmente, vista la sua indiscutibile competenza sulla fauna marina, l’autore doveva essere un abile pescatore. 

Nel Testo della canzone  vengono citati, oltre 80 specie di animali marini, tutti presenti nei nostri fondali. La particolarità sta nel fatto che non tutti sono stati identificati. Eminenti studiosi di fauna marina e biologi marini si sono cimentati nel tentare di elencare e identificare tutte le specie citate nel testo della canzone. Nessuno finora c’è riuscito. 

E' la storia di un Guarracino (Coracino in italiano) che, ben vestito e preparato, si mette alla ricerca di una Sposa. Resterà folgorato dalla bellezza di una Sardella (Sardina) che canta affacciata al suo balcone. 



Il Guarracino  incaricherà la Bavosa (Vavosa) di fargli da tramite, tipo Mediatrice. E la Sarda arrossisce, sembra accettare la sua corte. 

Ma a rovinare tutto ci pensa una Patella (Vongola) che spiega all'Allitterato (il Tonno, ex fidanzato della Sarda) cosa sta succedendo. 

Inizia, a questo punto, una furibonda rissa nei fondali marini in cui interverranno amici e parenti dei contendenti, praticamente quasi ogni sorta di essere marino. 

Un vero Capolavoro!

Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2016/11/la-napoli-che-fu-3.html

lunedì 14 novembre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (3)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i classici Napoletani. Quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia al mondo.

Ebbene molte di esse hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere? Il classico di cui vi parlo oggi è: “ Voce  ‘e  notte! ”

Potete ascoltarla qui in una insuperabile interpretazione di Peppino di Capri

https://www.youtube.com/watch?v=w88jKh6fvOY


Questa canzone si può certamente definire autobiografica. Racconta di un innamorato disperato che canta sotto il balcone della sua amata, andata  in  sposa ad un altro uomo.



La storia è questa. Correva l'anno 1903 ed Eduardo Nicolardi, giovane poeta di venticinque anni, si innamorò di Anna Rossi, una esile e bellissima, vicina di casa, figlia di un facoltoso commerciante di cavalli. 

Quando Edoardo  andò ingenuamente a dichiarare il suo amore ai genitori di Anna, questi lo cacciarono recisamente dalla loro abitazione. 
La loro figlia non poteva andare in sposa ad un giovane poeta dal futuro incerto. Decisero che invece avrebbe sposato Pompeo Corbera, un loro ricco cliente anche se questi aveva la  veneranda età di settantacinque anni. 

Ma in questo raro caso alla fine il vero amore trionfò. Dopo poco tempo dal matrimonio, Pompeo Corbera morì ed i due poterono coronare il loro sogno d'amore. E anche noi ci abbiamo guadagnato qualcosa, abbiamo ricevuto in eredità una delle più belle canzoni d'amore di tutti i tempi. 

Per altre storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2016/10/la-napoli-che-fu-2.html

lunedì 31 ottobre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (2)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i Classici Napoletani. Quelle canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia al mondo. Ebbene molte di esse hanno una loro storia. Non è bello poterla conoscere?

Il classico di cui vi parlo oggi è:
  “A tazza 'e cafè! ”

Potete ascoltarla qui in una celebre interpretazione di Massimo Ranieri:

https://www.youtube.com/watch?v=qSX3jxc_9uA

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Giuseppe Capaldo, l’autore  del pezzo, era il primogenito di 5 figli. A sei anni fu mandato in collegio ed ivi conseguì la licenza elementare. In seguito aiutò i genitori nella trattoria paterna servendo ai tavoli.

Giunto all'età di diciotto anni Giuseppe si innamorò di una ragazza, Vincenzella, sua vicina di casa; lei però non corrispondeva le attenzioni di Giuseppe e lo ignorava completamente. La sua delusione fu grandissima quando invece, il fratello Pasquale, anche lui cameriere, gli comunicò che si era fidanzato proprio con Vincenzella e che l'avrebbe sposata.

Giuseppe a questo punto, preferì abbandonare il suo lavoro nella trattoria paterna non sopportando di vivere accanto a Vincenzella come cognato, e si impiegò come cameriere in vari locali.



 Nel periodo in cui  lavorò al caffè Portoricco in via Sanfelice al centro di Napoli, conobbe una certa Brigida. Era la cassiera del locale, una donna dal carattere assai scontroso,  ma che sembra, affascinasse molti uomini, e tra questi anche il giovane Giuseppe. 

Fu proprio a causa dei continui rifiuti della ragazza alle sue  offerte amorose che Giuseppe, un po’ per dispetto e un po’ per sfida,  scrisse questa canzone. 

Il testa della canzone venne scritto nel 1918 e musicato dal Cavalier Vittorio Fassone, un appassionato di canzoni napoletane.

Il Capaldo con questa canzone ci dice che le donne vanno prese per il verso giusto. Alcune le paragona ad una tazzina di caffè: amara sopra, ma dolcissima in fondo. Basta girare con un semplice cucchiaino da caffè e, prima o poi, la dolcezza depositata sul fondo tocca  e inebria le vostre labbra. 

Un classico destinato a rimanere negli annali, un autentico capolavoro. E la scrisse lì per lì, davanti al tavolino del bar dove era seduto e – come quasi sempre accade per i capolavori – in pochi minuti.

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P.S. Non ci è dato di sapere se in seguito la bella cassiera cedette mai alle lusinghe dell’autore. 
Abbiamo qualche giusta perplessità in merito. Giuseppe in amore era un poco Sfortunatello!

Per chi ama le storie della Napoli che fu:
http://rideresalerno.blogspot.it/2016/10/la-napoli-che-fu-1.html


lunedì 17 ottobre 2016

LA NAPOLI CHE FU’ (1)


Non si può parlare della Napoli che fu e trascurare i classici napoletani. Le canzoni immortali che hanno fatto conoscere Napoli e la sua storia nel mondo. Ebbene molte di esse hanno una storia che le ha ispirate. Non è bello poterla conoscere?

Il classico in oggetto è:  “Duorme Carme! “ 
Eccone una celebre interpretazione di Claudio Villa:

https://www.youtube.com/watch?v=5yMkV9cKh2A

L’Autore della celebre canzone, Giambattista De Curtis, espresse il suo estro principalmente nella pittura che perfezionò fino a raggiungere risultati eccellenti, ma fu un artista completo, compose poesie, testi teatrali oltre che versi per canzoni e fu anche scultore.

Egli amò molto Sorrento, dove tra il 1891 e il 1910 trascorse circa sei mesi all'anno presso il Grand Hotel del Commendator Guglielmo Tramontano, Sindaco della città. Poteva fare questo perché era  l’insegnante privato dei suoi figli. E proprio lì, a Sorrento, nel 1892, Giambattista incontrò colei che gli ispirò la celebre canzone.


Un giorno si presento all'albergo una prosperosa contadinotta con in mano un cesto di frutta. 
Il Poeta le chiese:  << Come ti chiami? >> 

<< Carmela Maione! >>   Rispose la ragazza.

<< Cosa fai qui? >> Domandò ancora il De Curtis.

<< Sono la figlia di un colono del commendatore e abito a Fuorimura. >> 

Il Poeta non ancora soddisfatto gli chiese ancora: 
<< Cosa fai di solito nella vita? >> 

<< Dormo! >> Rispose la giovane. 

Fu un lampo, un fulmine che non gli assicurò l'amore della ragazza, ma almeno  l'ispirazione dell’immortale canzone,  “Duorme Carme “ 
In cui è proprio detto fra l’altro:

 " Duorme Carme', che 'o cchiu bello da vita è 'o durmì. "

“ Dormi Carmela, che il più bello della vita è il dormire! “