Salerno di notte

Salerno di notte
SALERNO SENSACIONAL
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giovedì 29 giugno 2017

LA SALERNO CHE FU (114)


Della Salerno che fu ho tanti ricordi splendidi, e naturalmente anche qualcuno brutto.

Una cosa che mi fece proprio stare male capitò in una calda giornata di estate. Ero riuscito a trascorrere una domenica mattina al mare in uno stabilimento nella zona balneare di Salerno, presso Mercatello. Si era fatta ormai l’ora di tornare a casa per il pranzo. Dovevo solo prendere il mio motorino e metterlo in moto. Avevo una fame! Si sa il mare fa venire l’appetito! 

Il motorino non c’era! Dove l’avevo messo? Cercai di ricordare con attenzione dove l’avevo parcheggiato. A un certo punto dovetti accettare l’idea che qualcuno se l’era rubato. Quella che doveva essere una bella e riposante domenica di festa si stava trasformando in un incubo. Tornai a casa con i mezzi pubblici. Ero sicuro che mio Padre avrebbe fatto un sacco di storie. 



Naturalmente quando succede qualcosa del genere uno vorrebbe essere consolato. Mica lo avevo fatto apposta a farmi rubare il motorino. E’ che a casa mia quando capitava qualcosa si doveva cercare per forza il responsabile. Anche quando cadeva un piatto a terra, era inconcepibile fosse caduto da solo. Si doveva celebrare la responsabilità di qualcuno che aveva la volontà politica di far cadere il piatto!

Mi avevano rubato il motorino? Doveva essere certamente colpa mia. La cosa peggiore fu sentire mio Padre dire che lui avrebbe preferito che a casa tornasse il motorino e non io. Come si fa a dire una cosa del genere ad un figlio. E come si fa a dimenticare una cosa così? 

Ecco quando mi vengono questi ricordi riesco a diradarli pensando a qualcosa di divertente che mio padre faceva. E’ mio Padre, di cose divertenti ne faceva.

Per chi ama le storie della Salerno che fu:
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giovedì 22 giugno 2017

LA SALERNO CHE FU (113)


Io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sull'epoca. Naturalmente quello che succedeva nella Salerno che fu, al tempo del fascismo, succedeva nell'Italia intera.
…………………………

Il Cinema, come era normale avvenisse, piano, piano, cominciò a sfidare le iniziali diffidenze.

Mussolini tentò anche di usarlo come un’«Arma Formidabile» per la formazione culturale e politica del popolo. Impegnò allo scopo ingenti capitali nella promozione dell’industria Cinematografica, ma con scarsi risultati per la propaganda.



Si andava al Cinema, di quando in quando, scegliendo oculatamente (due o tre lire di biglietto a testa,) film adatti ai figli o di puro divertimento.

Più suscettibili al fascino della propaganda potevano essere le platee periferiche, ma valeva la pena al tempo in cui il regime aveva già ottenuto il massimo dei consensi , dedicare i capitali di stato per migliorare le serate dei poveri Italiani? 

Forse sarebbe stato meglio limitarsi a controllare che i Film in programmazione non disturbassero i principi del fascismo.

Nella sostanza, l’Arma Formidabile pensata dal duce, si ridusse all'imposizione del cinegiornale Luce in coda ai Film. Un quarto d’ora di cronache esaltanti ed esaltate sulle iniziative del regime, le inaugurazioni, le esercitazioni militari, le trionfali uscite del duce e poco più.

Per chi ama le storie della Salerno che fu:
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giovedì 15 giugno 2017

LA SALERNO CHE FU' (112)


Agli inizi degli anni 60’ tutti i bambini, anche quelli di Salerno, attendevano con trepidazione la TV dei ragazzi e i telefilm, specialmente quelli avventurosi, tipo “Zorro”, “Robin Hood”, e “Ivanhoe”, il cavaliere senza macchia e senza paura, tutto vestito di bianco (bianco anche il cavallo), interpretato da un giovanissimo e angelico Roger Moore.

E la sera c'era una nuova serie di telefilm destinata ad entrare nel mito: “ Perry Mason!” 
Raymond Burr, che interpretava il ruolo dell'avvocato era Americano, come lo erano tutti i grandi attori del cinema, da Humphrey Bogart a Gary Cooper, da Kirk Douglas a Henry Fonda, da Spencer Tracy a James Stewart, da Elizabeth Taylor a Rita Hayworth. 

Con Perry Mason entrarono nelle case di milioni di Italiani termini come:
 « Procuratore distrettuale », « Avvocato del diavolo » e « Corte federale », che prima d'allora, conoscevano solo i laureati in Giurisprudenza. 



Alcune donzelle  si innamorarono pazzamente dell'investigatore Paul Drake, un marcantonio biondo di due metri, destinato a morte prematura. 

Nonostante che nel 1960 i possessori di un televisore fossero soltanto un milione e mezzo, il giorno seguente a trasmissioni come 
 "Campanile sera", "Il Musichiere" o "Lascia o Raddoppia", tutti parlavano di questo o di quel concorrente, del tale presentatore o della valletta, dell'ospite d'onore o della vincita favolosa. Questo si spiega col fatto che erano istallati apparecchi televisivi ovunque, nelle piazze, nei bar e nei ristoranti.

Per attirare gente i locali mettevano cartelli in vetrina con su scritto: « Sala con Televisore. » 
Soprattutto il sabato sera la TV aveva la meglio su tutto, cinema, teatro, e anche sulle semplici passeggiate.

Per chi ama le storie della Salerno che fu:
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martedì 6 giugno 2017

LA SALERNO CHE FU (111)


Mio Padre se ne è andato solo da qualche anno! Come quasi sempre capita, negli ultimi anni della sua vita, siamo riusciti a recuperare un normale rapporto. Col passare del tempo e la vecchiaia, dicono che capita a molti, sembrava molto più tranquillo che da giovane.  

Anche i ricordi di episodi che una volta mi portavano ad avere un poco di risentimento si sono attenuati. Riesco a ricordarli  ancora ma in una luce diversa.

Il carattere era sicuramente difficile! Ma lo sapeva anche lui. Ricordo che quando stava arrabbiato ripeteva spesso di lasciarlo stare perché lui era pazzo. Non lo so se era un suo modo di dire o ci credesse veramente. Altre volte diceva di lasciarlo stare in pace perché quando stava nervoso:
 << Sto i e a segg e num me trov”!  >> 
(Sono da solo con una sedia e non mi trovo, non sto bene!)

Sempre rimanendo nel suo modo di essere incoraggiante e formativo con i suoi figli, ricordo
qualcosa che ripeteva in continuazione a mio fratello Lino! Lui da ragazzino era molto vivace e soprattutto chiacchierone. Quando mio padre si scocciava di sentirlo gli diceva:
<<Nu sai nient, nu si nisciun e stai semp miezz! >> 
( Non sai niente, non sei nessuno e stai sempre a parlare! )

Quando, secondo lui, qualcuno non stava ragionando correttamente, aveva anche questo coraggio, giudicare gli altri se ragionavano bene o no, usava spesso questa espressione:
<< Tu si cretin e mo te spieg io o’ pecchè! >>  
(Tu sei cretino e io adesso ti spiego perché lo sei!)



E cominciava un suo astruso e personale ragionamento. Se l’interlocutore si arrendeva e se ne stava zitto, dopo qualche minuto, può darsi, finiva la sua arringa. Se invece si permetteva di difendere il suo modo di vedere la cosa in questione, mio Padre normalmente, non avendo altri argomenti con cui controbattere, alzava la voce e lo riempiva di parolacce irripetibili. 

Una volta si mise a parlare delle trasfusioni di sangue. Mio Padre assolutamente a favore, io conoscendo anche i rischi delle trasfusioni, nettamente contrario. 
Ad un certo punto affermò convinto:
<< Tu sei cretino e adesso ti dico il perché! Ogni qualvolta qualcuno perde anche una sola goccia di sangue, c’è bisogno che un’altra persona gli dia questa goccia che ha perso! >>

<< Papà! Ma ragiona! >> Gli risposi. 
<< Se una persona perde una goccia di sangue e ha bisogno di un’altra persona per riaverla, poi a sua volta questa persona che l’ha donata, ha bisogno di un altro  per riaverla e così all'infinito... Praticamente se una persona perde una goccia di sangue verrebbe coinvolta tutta l’umanità!  >>

Mio Padre mi guardò disgustato e mi sommerse di parolacce!

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giovedì 1 giugno 2017

LA SALERNO CHE FU (110)


Naturalmente io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sul periodo. Naturalmente quello che succedeva nella Salerno che fu, all’epoca del fascismo, succedeva nell’Italia intera.

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Per quasi un decennio, il primo dell’era fascista, i proprietari dei Cinematografi  ebbero fama poco migliore di quella di chi gestiva una casa di prostituzione. Non certo per la qualità degli spettacoli, a cui quasi nessuno badava, quanto per il buio della sala. 

Una folla che entrava in una sala per sprofondare nell'oscurità, secondo la morale comune, aveva di sicuro fini sordidi: il palpeggio, il borseggio e affini.



La resistenza della piccola borghesia al cinematografo fu cocciuta e vigorosamente sostenuta dalla morale corrente. I ragazzi dovevano andarci di nascosto, le ragazze mai. Gli adulti si vergognavano. E la popolazione del cinema, per lungo tempo, fu tartassata dalle maschere e dagli stessi proprietari, i quali finivano per pensarla alla stessa maniera.

Non ci si poteva fidare di chi entrava, soprattutto se giovane, ecco i controlli a ripetizione dei biglietti, e i poveracci presi per un orecchio e trascinati in strada a calci da energumeni, in divisa quasi da circo, che funzionavano da maschere.

Era proibito assistere a un film più di una volta,  i buttafuori entravano in sala e sgomberavano posti secondo il loro umore: 
« Fuori! Lei è qui già da due ore, mi ricordo. »

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mercoledì 24 maggio 2017

LA SALERNO CHE FU (109)


Per molti anni, nella Salerno che fu, per tenere i collegamenti con il mondo esterno si usava:
 " Il PANIERE! ”

Ecco come ne scriveva Riccardo Pazzaglia qualche decennio fa.

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Il Paniere era un cesto con i bordi abbastanza alti. Aveva un manico e a questo era legata una lunghissima corda. A volte questa corda era lunga quanto un altissimo caseggiato.

Era fatto per essere calato. Aspettava, con la lunga corda arrotolata sul fondo, in un angolo del balcone, sulle loggette o sotto le persiane delle finestre. I Panieri venivano giù, rapidi, la mattina presto, quando passava il giornalaio, il carrettino del lattaio, l'uomo della ricottella, l'uomo delle « cèveze », grandi more, impregnate di succo sanguigno. 

Uniti fraternamente, in quel silenzioso ascensore tirato a larghe bracciate, salivano verso le stanze ancora addormentate le copie fresche d'inchiostro de II Mattino e le foglie piene di « cèveze », la bottiglia del latte e, d'inverno, i coppi gonfi di umide castagne bollenti, le «allesse». I coppi erano confezionati arrotolando pagine di libri settecenteschi, di antichi registri del tribunale, di romanzi dell'Ottocento stampati nell'Ottocento.
Invece di pensare che da quelle venerande pagine sarebbero potuti venir fuori i microbi che mi avrebbero ucciso, io le aprivo con cura e provavo a decifrarle con la curiosità di un antico monaco benedettino.



Più tardi il Paniere scendeva e risaliva con il pacco dei vermicelli, le olive di Gaeta, il baccalà e il buattone, cioè la conserva di pomodoro. 

Nella salita delle due, invece, a far compagnia alla copia del Roma, c'era, d'estate, il piatto con due soldi di ghiaccio, che sarebbe servito a rendere gelato il vino e a rinfrescare la frutta.

L'ultima ascensione serale portava su le fave fresche, appena colte negli orti del Vomero o di Capodimonte, oppure un cocomero immodestamente esaltato dai mellonari, che si fermavano con i loro carretti uno accanto all'altro e si sfidavano a chi li aveva più rossi.

Il Paniere serviva anche a portare un biglietto sul quale veniva scritta qualche comunicazione che proprio non si poteva gridare dal basso. 

Quando non esisteva ancora il  Telefono, il sistema di comunicazione a distanza era: IL PANIERE!

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mercoledì 17 maggio 2017

La SALERNO CHE FU (108)


Sono sempre stato contrario alle cose che vengono fatte una volta all'anno.

Di fronte al negozio di fiori di mio padre, nella Salerno che fu, si metteva sempre un extracomunitario, a cercare l’elemosina alle auto che si fermavano al semaforo.

Era da poco emigrato in Italia. Conosceva pochissimo la lingua e naturalmente i suoi ricavi erano molto miseri, sicuramente da fame. 



Un giorno gli capitò qualcosa d’inaspettato. Normalmente gli automobilisti cercavano di scansarlo in tutte le maniere. Quel giorno quasi tutti si fermavano di proposito a dargli qualcosa. Addirittura se il semaforo era verde accostavano lo stesso e lo chiamavano per dargli qualche spicciolo. Chissà cosa avrà pensato l’uomo quel giorno!

Avrà visto il suo futuro più sostenibile. Avrà ritrovato la fiducia nella gente. Chissà cosa ha detto alla moglie e ai figli  una volta tornato nella sua povera baracca! 

Cosa poteva sapeva il povero uomo della nostra religione, delle nostre tradizioni. Era il giorno della Pasqua e la gente si comportava così. Faceva proprio quello che evitava di fare tutti gli altri giorni dell’anno, fermarsi e dargli qualche spicciolo.

Non immaginava, il meschino, che il giorno dopo sarebbe tutto ritornato come prima!

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giovedì 11 maggio 2017

LA SALERNO CHE FU’ (107)


Io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sull'epoca. Naturalmente quello che succedeva nella Salerno che fu, all'epoca del fascismo, succedeva nell'Italia intera.

In quegli anni i figli maschi, dopo la scuola, raggiungevano il padre sul lavoro. Era un’usanza tollerata anche negli uffici comunali perché ammantata da principi morali.

I bambini non dovevano stare in casa a infastidire le madri che lavoravano, né andare a zonzo; Era bene che imparassero il mestiere paterno. 

Nella pratica i ragazzi finivano per lavorare sul serio e gratis: venivano mandati a fare commissioni, trasportavano i secchi di calcina se il padre era muratore, ripulivano la bottega, riempivano i misurini di granaglie in negozio, imparavano ad avvitare bulloni, a riparare le biciclette, a piallare. Prima dei dieci anni erano già eccellenti apprendisti e pochi di loro, avrebbero in seguito cambiato mestiere, se non quel tanto imposto loro dall'evoluzione tecnologica e sociale.



I piccoli carbonai di allora probabilmente avranno poi commerciato in elettrodomestici e bombole di gas. Quelli che impararono a  riparare le biciclette avranno messo su un’autofficina. I venditori di granaglie potrebbero essere stati in seguito padroni di un supermarket. I garzoni di falegname avranno venduto cucine di laminato plastico. Alcuni figli dei burocrati municipali forse ne hanno poi ereditato il posto, spesso il medesimo ufficio. 

E solo ai nostri giorni che i giovani non sanno realmente che lavoro fare.

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giovedì 4 maggio 2017

LA SALERNO CHE FU’ (106)


Nella Salerno che fu esistevano anche:
 “I Fidanzati In Casa”. 

Esistono ancora? Forse gli ultimi esemplari sono scomparsi da tanto tempo.

Riccardo Pazzaglia, qualche decennio fa, trattò estesamente questo argomento in un suo libro, ma già da allora, e stiamo parlando di più di 30 anni fa, si capiva che l’istituzione dei “Fidanzati in casa” era in via di estinzione.

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Pazzaglia aveva questa idea sull'argomento:

Il "Fidanzamento In Casa", che alle volte si prolunga anche per un decennio, ha come funzione principale la lenta raccolta di tutte le notizie per avere un quadro completo della personalità dello sposo e della sposa, prima di stipulare il patto fatale.



La necessità di tale operazione viene riconosciuta dai due innamorati e dalle loro stesse famiglie. Essa è tranquillamente definita, con un’atroce espressione dialettale: "Scanagliarsi i Caratteri!" 

Scanagliare è un verbo terribile, da la misura esatta dell'impegno, dell'astuzia, dei malvagi tranelli, delle perfide controprove che usano le due fazioni, con il risultato di giungere, dopo il decennio chiarificatore, anche a scombinare un matrimonio.

Che quella dei fidanzati in casa sia, comunque, una razza in estinzione e con poco futuro, si capisce dal fatto che quando alcune ragazze, ammaestrate dalle mamme, dopo i primi furtivi incontri, cominciano ad accennare al fidanzatino l’importanza di "Presentarsi in casa", i più diffidenti rispondono subito: 
«La casa ce l'ha la Maruzza» (la Lumaca in dialetto), e dopo questa risposta non si fanno più vedere.

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giovedì 27 aprile 2017

LA SALERNO CHE FU’ (105)


Mio Padre, a causa del suo carattere fumantino, spesso stava in lite con qualche suo parente. La lite però durava al massimo un anno, poi si faceva sempre pace! La pace, almeno una volta l’anno, era sempre assicurata. Cosa succedeva?

Una tradizione vuole che si faccia pace con chi si sta in lite, il giorno della:  “Domenica delle Palme!”

Allora tutti i familiari si attendono che uno dei litiganti, di norma il più giovane, si armi del rametto d’ulivo e si rechi a fare pace.

Questa cosa viene caldeggiata vivamente dai vecchi della famiglia. E per non sentirne le lamentele ci si prepara, anche contro la propria volontà,recandosi al passo pacificatore.

E così anche se mio padre si bisticciava con qualcuno a maggio, di sicuro poteva anche passare al massimo un anno, ma poi si riappacificava.

A me questa cosa mi è sempre sembrata una grande stupidata, e mi fa pensare ad un tema dell'immortale libro:  “Io speriamo che me la cavo!”. 



Questo famoso testo scritto da un maestro elementare di una scuola di Arzano in provincia di Napoli, non faceva altro che riportare alcuni temi svolti da ragazzini della sua scuola. 

In uno di questi scritti si trattava il tema della festa delle donne! Nella sua composizione l’alunna trattava dell’importanza di questa festa, da lei molto apprezzata. Poi scrisse di un episodio successo il giorno di questa festa che non le era piaciuto. Si trattava di un uomo che proprio l’otto marzo aveva dato un calcio alla propria moglie! La fanciulla scrisse che questo era stato un grave sbaglio.

Era la festa delle donne! Si fosse trattato di un altro giorno, vabbene. Ma quel giorno non era giusto dare un calcio alla moglie!

Ecco io sono sempre stato contrario alle cose che vengono fatte una volta all'anno.

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giovedì 20 aprile 2017

LA SALERNO CHE FU’ (104)


Naturalmente io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sull'epoca. Quello che succedeva nella Salerno che fu, all'epoca del Fascismo, succedeva nell'Italia intera.

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Dopo la scuola del mattino incominciava, anche nella Salerno che fu, il lavoro: era un dovere sia nei confronti del padrone che aveva dato il permesso di iscriversi alle elementari, sia nei confronti dei genitori. 

Al pascolo, i ragazzi più volonterosi, portavano con sé i libri, ripassavano la lezione e studiavano la poesia da mandare a memoria per l’indomani. Il pastorello, anche se doveva accudire a un branco di porci, era un privilegiato: fantasticava a voce alta, si sentiva autonomo, allevava dentro di sé, in libertà, l’odio per il padrone e spesso per i genitori, bersagliava gli uccelli con la fionda, raccoglieva castagne, more e gelsi, rubava frutta.



Più faticoso, anche se ritenuto leggero e quindi adatto ai ragazzi, era l’incarico di andare a far legna nei boschi: abbattere con l’accetta un alberello poteva costare una fucilata, si preferiva strappare con le mani i rami secchi, raccogliere quelli lasciati cadere dai boscaioli e legarli in una grossa fascina da portare a casa in spalla o sulla testa. Oltre che ai ragazzi questo lavoro spettava alle donne.

Anch'esse facevano la loro parte, raccoglievano foglie secche per accendere il fuoco ed erbe selvatiche, mentuccia, rosmarino, lattugaccia, raperonzoli, che poi vendevano nei mercati della Salerno che fu.

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giovedì 13 aprile 2017

LA SALERNO CHE FU’ (103)


«Cara matre, tanti auguri per il Santo Natale. Cara matre, da oggi in poi voglio diventare un bravo giovane. Ho deciso: mi voglio cambiare. Preparami un bel regalo. Questo te lo dissi l'anno scorso e questo te lo dico anche adesso. Cara matre, che il Signore ti deve fare vivere cento anni, assieme a papà, a Ninuccia, a Nicolino e a me. Cara matre...»

A questo punto, la lettura di Tommasino veniva bruscamente interrotta da zio Pasqualino (anche lui abitava nella stessa casa in “Natale in casa Cupiello." Giustamente voleva conoscere le ragioni per cui il nipote non lo aveva inserito nella 'nota della salute', minacciando di passare a vie di fatto.

Tommasino (detto Ninnillo) si giustificava sostenendo che nel foglio non c'era più spazio; Poi, pregato dal padre che temeva l'ennesimo litigio familiare  faceva mostra di buona volontà e aggiustava a modo suo la lettera:
«Cara matre, che il Signore ti deve fare vivere cento anni, assieme a papà, a Ninuccia, a Nicolino, a me... e cento anni pure a zì Pascalino. Però... con qualche malattia.»

Tommasino non era certo un fanciullo quando scriveva questa lettera, ma la faceva lo stesso, un po' perché era ritardato, un po' perché i genitori tenevano alla tradizione.




Anche noi scrivevamo le letterine di natale nella Salerno che fu! Per lo più, erano richieste di perdono, promesse di maggiore applicazione negli studi e ubbidienza verso i genitori, e naturalmente espressioni augurali.

La letterina, dopo la scoperta, veniva accompagnata da espressioni di plateale meraviglia, veniva letta ad alta voce, e quasi sempre commentata dai commensali.

Naturalmente lo scopo di noi piccoli scrittori, nella Salerno che fu, era avere una ricompensa! Promesse e buoni propositi in cambio di vile denaro.

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mercoledì 5 aprile 2017

LA SALERNO CHE FU’ (102)


Naturalmente non è possibile pensare al passato, alla “Salerno che fu” senza ricordare la persone che la vivevano. 

Nonna Carmela era la mamma di mia madre e aveva un carattere molto forte. Con mia Nonna c’era poco da annoiarsi. Me la ricordo in occasione dei suoi frequenti bisticci con mio padre, con una sedia in mano appena trattenuta da un suo figlio. Dall’altra parte c’era mio padre con un’altra sedia in mano appena trattenuto da mia madre.

A suo modo però, era anche una donna molto religiosa. Apparteneva all'ordine delle carmelitane. La sua missione specifica avrebbe dovuto essere quella di testimoniare la bellezza che deriva dallo stare con Dio, di dimostrare l’importanza di una vita dedita alla preghiera.

Era molto attiva alle funzioni religiose. Ricordo per esempio i mesi di maggio in cui mi portava con se a tutte le funzioni mariane. Non passava giorno che non andava in chiesa a confessarsi, benché fosse oggetto d’interesse morboso da parte di un sacerdote che cercava di approfittare della sua situazione di vedovanza.

E come dimenticare le mattine d’estate, alle cinque di mattina con l’immancabile rosario, e quelle d’inverno alle sei con la sveglia per la visita degli zampognari?

E’ indelebile nella mia memoria la prima volta che sono stato a Roma. Era stato organizzato un pullman dalla parrocchia frequentata da mia nonna. Partimmo così una domenica mattina presto.



L’itinerario era ovviamente, prevalentemente religioso. Dopo un giro alla zona monumentale, diritti alla Città del vaticano, con relativa visita e ascolto dell’angelus papale.         

    Poi per finire il pomeriggio, visita alla basilica di San Paolo fuori le mura.

Mia nonna Carmela era anche esperta in frasi storiche! Quando si trovava in uno spazio stretto e scomodo diceva:  “Avessi tanto spazio io in Paradiso?”

Quando venivamo disciplinati e qualcuno piangeva diceva: “Piangi, piangi, quando ti sposi ridi!”

Oppure: “Mazza e panella fanno i figli belli! Panella senza mazza, fanno i figli pazzi!”

Però, delle sue frasi storiche, quella più ragionevole mi sembra  proprio una che usava per il mangiare! Lei diceva sempre che:
“A tavola si deve stare in silenzio, perché quando si mangia si contatta con la morte!”

Certo il pranzo dovrebbe essere per una famiglia il momento di massima distensione e pace! Purtroppo nella nostra  famiglia non era così.

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mercoledì 29 marzo 2017

LA SALERNO CHE FU’ (101)


Naturalmente io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sull'epoca. Quello che succedeva, nella Salerno che fu, all'epoca del Fascismo succedeva nell'Italia intera.

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Guidare in Italia in quegli anni era qualcosa di complicatissimo. L’unico vantaggio erano le poche auto in circolazione. Le difficoltà non nascevano soltanto dallo stato delle strade rovinate, il codice della strada non chiariva se si dovesse guidare tenendo la destra oppure la sinistra. 

Una legge del 1912 stabiliva che in campagna si doveva guidare tenendo la destra, mentre in città le auto dovevano viaggiare sulla sinistra. Anche le regole sui sorpassi erano complicate. Per ovviare ad una situazione di caos, venne emanato un nuovo decreto nel 1923 che rendeva obbligatoria la circolazione a destra, ma il testo del decreto era terribile:
"Tutti i veicoli, gli animali da tiro, da soma o da sella, le mandrie e le greggi circolanti sulle strade ordinarie sia negli abitati sia in campagna, debbono portarsi a destra per incrociare ed alla sinistra per oltrepassare, avendo cura nelle svolte di mantenere la propria mano. Ogni veicolo che durante la marcia si mantenga nel centro della strada ha l’obbligo di portarsi alla sua destra ogni qualvolta un veicolo che lo segue lo abbia richiamato con segnalazioni”



Alla fine la circolazione a destra era rispettata solo nelle grandi città per la presenza dei numerosi incroci. Ma le auto fino al 1927, erano costruite con il volante a destra. Immaginate la difficoltà di dover circolare tenendo la destra con il volante a destra. 

A Milano, le proteste furono tali da costringere il direttore dell'azienda tranviaria alle dimissioni.
A Roma ci furono addirittura dei morti. La legge definitiva sul senso di circolazione in Italia fu promulgata nel 1933. 

Ma noi, nella Salerno che fu, per avere la prima auto familiare, una seicento molto usata, abbiamo dovuto attendere il 1965!

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giovedì 23 marzo 2017

LA SALERNO CHE FU’ (100)


Io non so quanto Sir Alfred Joseph 
Hitchcock abbia inciso sulla mia psiche di fanciullo nella Salerno che fu. 

Fatto sta che i suoi telefilm mi generavano abbastanza terrore. La sigla era improntata all'ironia, ma io ero troppo piccolo per cogliere l'humour britannico del regista, restavo invece impressionato dalla sua voce cupa e dal motivetto che accompagnava la sua entrata in scena: la Marcia Funebre di Gounod. Che è tutto dire…

Invece fra i tanti animali 'eroici' della televisione (Furia, Lassie, Rex) il mio preferito era senza dubbio: “Rin Tin Tin.”



Rin Tin Tin, era un pastore tedesco che viveva in un forte dell'esercito americano (Fort Apache) ed era legatissimo a un piccolo orfano (Rusty) 'adottato' dal Settimo Cavalleggeri. Il responsabile del forte era il tenente Masters, poi c’erano il sergente O'Hara e il caporale Boone. 

Questo cane aveva un fiuto e un'intelligenza straordinaria, doti che si rivelavano indispensabili nella lotta agli indiani. Al grido di «Iuù... Rinty...!», lanciato da Rusty, correva in aiuto di quanti erano in pericolo e aggrediva ogni pellerossa pronto a scoccare una freccia.

L’avvenenza del tenente Masters fece colpo su tutte le famiglie, col suo sorriso smagliante, l'alta corporatura e la fierezza dell'aspetto, fece innamorare all’epoca parecchie donzelle.

Nella sigla d'apertura, al suono dell'adunata, il Tenente Masters entrava nel forte a cavallo, petto in fuori, sorriso accattivante. Sembrava un alieno di razza superiore.

E si! Bastava poco per rendere felice un ragazzino nella Salerno che fu_



Per quelli che amano le storie della Salerno che fu:

giovedì 16 marzo 2017

LA SALERNO CHE FU’ (99)


Cercare di vivere in Pace! Ecco qualcosa che penso migliori l’esistenza! In  tutte le Famiglie ci possono essere ciclicamente situazioni difficoltose, fa parte della vita. Ma ci vorrebbe sicuramente più collaborazione. La Famiglia dovrebbe essere un luogo di rifugio e di Pace! Purtroppo spesso non lo è!

Ovviamente sto parlando della mia situazione familiare ai tempi della Salerno che fu.
Anche se so di non essere il solo a lamentarsi di avere avuto nell'infanzia rapporti difficili in famiglia. 

Una storiella letta sul Web mette bene in risalto queste difficoltà comuni a tanti.

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Un uomo passeggiando sulla spiaggia in riva al mare notò mezza sepolta nella sabbia una vecchia lampada. Ricordandosi la vecchia favola della lampada di Aladino, in cui era prigioniero un genio in grado di esaudire desideri, ne tolse il vecchio tappo.

Che sorpresa! Dalla lampada uscì proprio un gigantesco genio?
<< Posso esaudire tre desideri? >>
Chiese l’uomo tutto eccitato?

<< Non è più possibile questo! >> Rispose il genio. 

<< Siamo in tempi difficili, mi è concesso di esaudire un solo desiderio. >>

L’uomo volendo fare qualcosa d’importante per l’umanità tirò fuori dalla tasca una cartina del Medio Oriente e disse al genio:
<< Per favore puoi fare qualcosa per questa area martoriata del mondo? Fa in modo che vi cessino definitivamente le guerre! >>

E’ il genio rispose:
<< Guarda, io esaudisco i desideri, ma non posso fare i miracoli. Chiedi qualche cosa di più semplice! Pensa ai tuoi bisogni, a quello che ti sta veramente a cuore. Che te ne importa del Medio Oriente? >>

L’uomo si rimise la carta nella tasca e cominciò a pensare. Poi rivolgendosi al genio disse:
<< Questa è sicuramente qualcosa che potrai fare. Io vorrei vedere la mia famiglia più unita e felice. Aiutami affinché i miei figli mi ubbidiscano e mia moglie sia meno indipendente e più tranquilla! >>

Il genio ci pensò un poco, quindi scosse la testa e rispose:
<< Cosa hai chiesto prima per il Medio Oriente? Fammi rivedere quella cartina! >>


Nella mia famiglia, nella Salerno che fu, i problemi erano il nostro pane quotidiano, ma una cosa mi è sembrata sempre incomprensibile.

Perché questi  problemi si dovevano affrontare e risolvere quando tutta la famiglia era seduta a tavola, e appena mia madre portava da mangiare?

Non si poteva mangiare prima in pace e poi bisticciarsi con calma, c'era tutto il giorno davanti?

Penso sia anche una questione d’intelligenza! Hai lavorato tutto il giorno, torni finalmente a casa, hai sicuramente fame, mangia! 

Come è possibile che ti venga, quotidianamente la voglia di bisticciarti, di gridare, di desiderare di picchiare qualcuno, e non perdere la fame?

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mercoledì 8 marzo 2017

LA SALERNO CHE FU’ (98)


Naturalmente io non ho vissuto l’età del fascismo e la conseguente guerra, ma mi sono informato molto sull'epoca. Quello che succedeva nella Salerno che fu all'epoca del Fascismo succedeva nell'Italia intera.

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Stranamente è in quel periodo che in Italia si è cominciato a parlare di villeggiatura. Si iniziava a parlarne da metà marzo:
 << Allora dove ve ne andate di bello quest’estate? >> 

Ma poi alla vigilia delle partenze, fiorivano le giustificazioni suggerite dal buon senso: 
<< Viviamo già in un posto di mare che i milanesi c’invidiano. I ragazzi sono affezionati alla loro spiaggia, chi li porta via? >> 
Oppure: << Siamo così fortunati noi che abitiamo sotto le Alpi! Dove si trova un’aria migliore di questa? Io a sera devo mettermi il golfino. >>

La geografia della penisola privilegiava la povertà. Tutti quelli che abitavano in prossimità della costa, dei laghi, delle colline e delle montagne, praticavano il pendolarismo quotidiano, in bicicletta o coi mezzi pubblici. 



Gli impiegati romani affittavano una cabina a Ostia per un mese, dormivano a casa e spendevano quattro lire di trenino. A mezzogiorno le rotonde degli stabilimenti balneari diventavano bivacchi a base di pietanze preparate la sera prima dalle mamme e conservate nei cestini da picnic. Essi contenevano, entro una specie di barattolo, due piatti d’alluminio, il bicchiere estraibile, un marchingegno snodabile con forchetta, coltello e cucchiaio.

Non si muovevano i contadini, non si allontanavano i paesani. Insomma la vera villeggiatura era una possibilità per pochi fortunati.

Può sembrare esagerato, ma io la prima volta che ho sentito parlare di villeggiatura avevo quasi 14 anni, venni a sapere che i miei cugini Napoletani, che io consideravo ricchi e fortunati, avevano affittato una casa sette giorni ad Ischia _

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martedì 28 febbraio 2017

LA SALERNO CHE FU’ (97)



Quell'estate del 1973 a Salerno non ci fecero fare più i bagni come se il mare intero fosse stato rovinato dalle cozze.

C’era il vibrione del Colera! 

Ti accorgevi di averlo se ti veniva un dolore lancinante alla pancia. Andavi in bagno e veniva fuori della roba bianca. Proprio così: bianca!

E se questa diarrea bianca ti colpiva, cominciavi a espellerla e non smettevi più, anche dieci o quindici volte al giorno. Alla fine avresti eliminato solo acqua, e sarebbe subentrata la morte,  praticamente completamente disidratati.

Alla televisione ne parlavano di continuo, i casi sospetti aumentavano, lo spavento era sempre più incontrollato. Non ci si occupava d'altro; tutto il resto dell'esistenza era sospesa, non contava più nulla lavorare o non lavorare. 



Prima del Colera nessuno aveva mai sentito che a Napoli esisteva un: “ Ospedale Cotugno. ”

Ai  telegiornali  si parlava sempre questo di questo ospedale e della folla che lo accerchiava. Nessuno poteva entrare, e i medici erano consegnati: Non ne potevano uscire. Il Cotugno era un luogo inaccessibile, misterioso.

L'acqua del rubinetto, dicevano, non si poteva bere più. Le verdure crude non si potevano mangiare più. Avevamo smesso di mangiare qualsiasi tipo di pesce, non solo i frutti di mare. Si usava l'acqua minerale per fare la pasta e il caffè. Tutt'intorno si sentiva solo l'odore aspro dei limoni.

Questa diarrea bianca terrorizzava tutti. E tutti andammo a vaccinarci. Io mi ricordo che ci andai in una giornata caldissima. Con la paura e il caldo asfissiante già andare all'ospedale e vaccinarsi fece stare male tanti. A me venne la nausea e capogiri vari.

Poi si sa le cose passano così come sono venute. Dopo qualche mese, complice anche i primi freddi, la televisione smise di occuparsi del colera.
E’ già questo fece stare tutti meglio!

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giovedì 23 febbraio 2017

LA SALERNO CHE FU’ (96)


Col passare degli anni mio Padre si rese conto che solo col commercio di fiori era complicato far vivere una moglie e sei figli, così riuscì ad inserirsi nel business delle Agenzie Funebri. L’accordo era che se qualcuno chiamava mio Padre per i fiori e non aveva ancora scelto l’Agenzia Funebre, mio Padre l'ho indirizzava alla sua Agenzia di riferimento. 
Se invece la famiglia entrava nell'Agenzia con cui collaborava mio Padre per commissionare il Funerale, ma non aveva ancora ordinato i fiori, l’Agenzia passava le ordinazioni dei fiori(corone, cuscini, crocette e varie) a mio Padre. 

Questo nuovo sviluppo di lavoro  ebbe risvolti positivi per la nostra famiglia. Avemmo sicuramente meno problemi economici. Ho saputo nel tempo che in Italia alla fine degli anni 60’ c’è stato un boom economico. Noi come famiglia non ce ne eravamo proprio accorti! Ma con questo nuovo metodo di lavoro mio Padre riuscì a portare almeno avanti dignitosamente la famigliola. 



Quello che cambiò drasticamente fu l’argomento di conversazione principale della casa. Mentre prima si argomentava:
   “E’ morta tale persona, i fiori li ha fatti quel fetente di…” E quindi l'eventuali maledizioni da mandare  al collega fioraio e alla famiglia del defunto, da quello sviluppo di lavoro in poi il nuovo argomento di conversazione diventò: 
“E’ morta tale persona, a chi è stato commissionato il funerale?” E quindi eventuali maledizioni da mandare  al collega fioraio, alle altre agenzie funebri e alla famiglia del defunto. 

  Volendo usare le stesse esatte parole di mio Padre il nuovo argomento di conversazione in breve si trasformò in:  “Chi ha preso il Morto?”  

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mercoledì 15 febbraio 2017

LA SALERNO CHE FU’ (95)


Quando hai sette anni la cosa più bella che ti possa capitare si chiama «Piressia», termine scientifico con il quale si intende una elevazione della temperatura corporea al di sopra del valore considerato normale. In una parola sola, molto più familiare e riconosciuta: FEBBRE!

Nella mia Salerno che fu, conquistare anche soltanto un misero 37,2  significava un giorno di vacanza da scuola, le attenzioni della mamma e forse un giornalino da leggere  nuovo. Se eri fortunato e l’amico termometro segnava 38 o anche di più, venivi dichiarato ufficialmente «Malato» e questo significava ricevere le attenzioni  di tutti i parenti vicini e lontani, che i giorni di vacanza sarebbero diventati almeno tre perché «le ricadute sono pericolose», e che i nonni sarebbero venuti a casa a portarti dei dolci. 



Quando hai sette anni, essere un poco malato non è forse il paradiso, ma ci assomiglia molto. Finché nella vita i tuoi nemici si chiamano scuola, 
maestro e matematica, il principale alleato è la Febbre.

Se dovessimo compilare una Hit-Parade dei giorni più felici della nostra vita, tra i primi in classifica ce ne sarebbe di sicuro qualcuno in cui ci siamo trovati nella nostra cameretta ammalati.

Poi, per fortuna o per sfortuna, si cresce.

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